I DANIEL BLAKE

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/saggezza/frase-63493>

VENERDI 21 ottobre

SABATO 22 ottobre

Spettacoli ore 19.30 e ore 21.15

DOMENICA 23 ottobre

Spettacoli ore 16.00 - 17.45 - 19.30 - 21.15

LUNEDI 24 ottobre

MARTEDI 25 ottobre

Spettacolo ore  21.15


GIOVEDI 27 ottobre

VENERDI 28 ottobre

SABATO 29 ottobre

DOMENICA 30 ottobre

LUNEDI 31 ottobre

MARTEDI 1 novembre

Spettacoli ore 19.30 e ore 21.15



GRAN BRETAGNA, FRANCIA - 2016. Durata: 97' 

Produzione: SIXTEEN FILMS, WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, LE PACTE

Distribuzione: CINEMA DI VALERIO DE PAOLIS

Regia: Ken Loach

Attori: Dave Johns - Daniel Blake, Hayley Squires - Katie, Dylan McKiernan - Dylan, Brianna Shann - Daisy, Kema Sikazwe, Micky McGregor

Sceneggiatura: Paul Laverty

Fotografia: Robbie Ryan

Musiche: George Fenton

Montaggio: Jonathan Morris

Scenografia: Fergus Clegg, Linda Wilson

Costumi: Joanne Slater

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: BBC, BFI.

- PALMA D'ORO E MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA ECUMENICA AL 69. FESTIVAL DI CANNES (2016).

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Il 59enne Daniel Blake ha lavorato come falegname a Newcastle, nel nord-est dell'Inghilterra per la maggior parte della sua vita. Ora però, in seguito a una malattia, per la prima volta ha bisogno di un aiuto da parte dello Stato. Il destino di Daniel si incrocia con quello di Katie, madre single di due bambini piccoli, Daisy e Dylan, la cui unica possibilità di fuga dalla monocamera in un ostello per senza tetto a Londra è quello di accettare un appartamento a circa 300 miglia di distanza. Daniel e Katie si troveranno così insieme, confinati in una terra di nessuno e impigliati nel filo spinato della burocrazia delle politiche per il Walfare nella moderna Gran Bretagna.


CRITICA

"Ken Loach intasca la seconda Palma d'oro (...) e lo fa con uno dei film più scontati e meno interessanti visti a Cannes: 'I, Daniel Blake' è più un comizio politico che un film (...), un'intemerata ideologica che trasforma un carpentiere in un agnello sacrificale lasciato solo di fronte dell'insensibilità sociale dello Stato. Non mettiamo in dubbio che sia così per la classe operaia inglese ostaggio di governi reazionari, ma in un film sentiamo il bisogno di un linguaggio meno schematico, di una messa in scena meno ricattatoria, di una recitazione meno convenzionale." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 maggio 2016)

"Senza temere di venir bollati come «passatisti» hanno assegnato la Palma d'oro a 'I, Daniel Blake' di Ken Loach, su cui parecchi avevano storto il naso al motto «da mezzo secolo sempre lo stesso film». Sarà lo stesso, ma con quanta ispirata semplicità, con quanta inesausta passione e compassione il maestro britannico ci coinvolge nel dramma di un uomo comune in dignitosa lotta contro un sistema iniquo." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 23 maggio 2016)

"Un film per aprire gli occhi su ciò che ci sta intorno: 'I, Daniel Blake' di Ken Loach. (...) spoglio, rigoroso, iperrealistico, implacabile; un 'Umberto D.' dei nostri giorni incrociato a 'La legge del mercato', l'angoscioso film con Vincent Lindon disoccupato e stritolato dalla burocrazia. (...) Con due personaggi così, ci voleva tutta l'arte di Loach per non cadere nel melodramma edificante. Nessuno infatti sa restare semplice, credibile e concreto meglio di questo grande creatore di personaggi, che illumina tragedie invisibili con la pazienza e la precisione di chi non si rassegna a considerare normale ciò che è aberrante, ma ci mostra con ostinazione a cosa porta l'assetto economico e tecnologico oggi dominante. Restando fedele al suo cinema ma variandone continuamente toni e colori, con un'attenzione che è anche segno di rispetto e di amore per gli spettatori." (Fabio Ferzetti, 'Il Messegero', 14 maggio 2016)

"Ken Loach come uno se lo aspetta. (...) I toni iniziali di commedia dell'assurdo, riusciti nei suoi film più sarcastici, lasciano posto a una cupezza che scivola nel 'mélo'. L'ottantaduenne Loach si affida a una costruzione classica, a copioni solidi, attori bravissimi, e punta tutto sulla verosimiglianza e sulla prossimità ai personaggi. Man mano affonda un po' il pedale, accumula sventure e ingiustizie e i suoi proletari sono spesso troppo angelici; infine fa capolino, come spesso gli capita, l'ideologia. Ma la differenza è che Loach sembra credere davvero a ciò che racconta, ai personaggi, alla loro dignità e alla loro lotta, e quindi gli si perdona molto." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 14 maggio 2016)

"(...) quando sul nero dei titoli di testa, parte uno dei migliori dialoghi di sempre del cinema loachiano, quell'inconfondibile stridore fra umorismo disperato e indignazione, l'attenzione scatta subito e resta puntata saldamente sino alla fine del film. (...) Loach ritrova il colore ambientale del suo cinema settantesco. I movimenti di macchina essenziali e le inquadrature attente a contestualizzare il conflitto nell'inquadratura con il fuori campo; una vividezza, finalmente di nuovo capace di graffiare, dovuta alla precisione con la quale il linguaggio diventa parte integrante della tessitura sonora del film, sono gli elementi formali che segnalano di una urgenza ritrovata. Il rapporto che Daniel ha con il suo vicino di casa (...) coglie alla perfezione la riorganizzazione dal basso di ciò che resta della classe operaia britannica e del proletariato ormai privo di orientamento che non sia la sua mera sopravvivenza. La presenza di Rachel (...) pur inserendosi in un'idea di mélo che ha in Chaplin e De Sica le sue punte più alte, offre a Loach la possibilità di tratteggiare con agghiacciante precisione il quadro di una nuova e atroce povertà. (...) In fondo è vero: si tratta del «solito» Loach. Solo che il «solito» Loach con 'I, Daniel Blake' ha ritrovato la necessità delle sue opere migliori." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 14 maggio 2016)

"Dimenticatevi la lotta di classe, i capitalisti e i lavoratori, il padronato e gli operai... Dimenticate anche le liste di collocamento e i sindacati, le riforme del lavoro in stile 'Jobs Act' e il feticcio delle privatizzazioni. Mettete, al loro posto, una burocrazia del Welfare imbevuta di circolari e curricula on line, di impiegati-funzionari allevati nel culto dell'impersonalità, di pratiche, di file e di sanzioni, per chi disattende, magari senza saperlo, le regole, di spersonalizzazione nelle domande come nelle risposte. Aggiungeteci l'età, l'abitudine al contatto umano negata nel nome dell'efficienza e della velocizzazione informatica, la difficoltà a uscire da una routine lavorativa per andare incontro a un nuovo indefinito, l'umiliazione a non sentirsi al passo con i tempi, l'umiliazione perché nessuno ti dà il tempo e il modo di metterti al passo con i tempi... Bene, mischiate tutto questo e avrete il nuovo film di Ken Loach, 'I, Daniel Blake' (...). Asciutto, commovente (...) ha una componente satirica che gli impedisce di naufragare nel sentimentalismo." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 14 maggio 2016)

"Il veterano inglese Ken Loach (...) è un habitué del Festival (...). Anche questa volta non delude, il suo «I, Daniel Blake» (...) è un pugno nello stomaco. Il regista più anacronisticamente comunista del pianeta torna al suo tema preferito, la povertà 2.0, la vita disperata dei miserabili del terzo millennio, quel che resta del proletariato che fu lo scheletro del ventesimo secolo e adesso è archeologia industriale. (...) Il regista del free cinema inglese, degli indimenticabili «Riff Raff», «LadyBird LadyBird», «Piovono pietre» non fa sconti allo spettatore. Certe scene sono talmente forti che avrete voglia di chiudere gli occhi." ( Marco Dell'Oro, 'L'Eco di Bergamo', 14 maggio 2016)

"(...) ritorno dolente e splendente al Ken il Rosso che amiamo di più (...)." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 maggio 2016)

"(...) film duro e senza speranza sui nuovi poveri, quelli che ci sono vicini e non vediamo, a firma di Ken Loach. Si tratta del ritorno del maestro britannico, ma con toni crepuscolari, ai suoi primi favori. Un film che fa ridere, almeno all'inizio, e poi piangere. (...) Loach si muove questa volta, più dei solito, su un doppio registro che può ingannare. (...) Tra furti al supermercato e l'accettazione di lavori umilianti da parte di lei, e la lenta deriva verso la povertà di Daniel, scorre il film verso un inevitabile tragico finale." ('L'Unità', 13 maggio 2016)

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