NINI

NINI'

 
 

MERCOLEDI 13 aprile 2016

ore 21.00

Serata organizzata dalla 

Associazione U.O.E.I. Sezione "Antonio Tessa" Ripa di Versilia


un film di Gigi Giustizioniani e Raffaele Rezzonico

Il film è prodotto da La Fournaise (Jovençan – Valle d’Aosta) in collaborazione con Dok Mobile (Fribourg – Ch), MeatBeat Studio (Sarre – Valle d’Aosta) e Rumblefish VFX (Milano) ed è sostenuto da Valle d’Aosta Doc-FF Film Fund.

Il sostegno della Film Commission é stato fondamentale per dare avvio al progetto, ma la produzione del film si basa principalmente su fondi reperiti attraverso una campagna di finanziamento dal basso, realizzata online attraverso il sito del film (www.filmnini.com) e su due piattaforme di crowdfunding. La campagna é durata oltre un anno e ha coinvolto oltre 70 persone.
Una quota significativa dei fondi raccolti è stata impiegata per il restauro e la digitalizzazione delle pellicole 16mm originali realizzate da Ninì Pietrasanta.
La partecipazione di appassionati di cinema e di montagna che hanno sostenuto il progetto ha così consentito, non solo di realizzare il film, ma cosa forse più importante di salvare il patrimonio rappresentato dalle pellicole della Pietrasanta.
Per realizzare il restauro delle pellicole si è trovata la collaborazione di Rumblefish VFX, che è diventato vero partner della produzione. Alla conclusione del lavoro di restauro Rumblefish VFX ha dichiarato: “Il film è stato girato negli anni 30′ in 16mm. La pellicola si presentava piuttosto rovinata a causa di una conservazione non ottimale e del deterioramento dovuto al tempo. La presenza di muffa diffusa su tutti i rulli, un decadimento generale, la scollatura delle giunte ed il restringimento del supporto hanno richiesto un lungo lavoro di restauro sul supporto fisico. Successivamente è stato possibile eseguire una scansione in 2K full frame con Arriscan al fine di preservare i singoli fotogrammi nella loro interezza.”

 

NINI'

GIGI GIUSTINIANI – REGIA
Quando ho visto per la prima volta i filmati di Ninì Pietrasanta ho pensato subito che un film si doveva fare, non sapevo ancora che film, ma si doveva fare.
Non è stato poi difficile mantenere questa fascinazione anche approfondendo i materiali e vedendo la storia che ne sorgeva. La lavorazione è durata quasi due anni e credo sia stato fondamentale conservare la prima passione, così da poterla condividere con lo spettatore.
La storia di Ninì e Gabriele, partendo dalla gioia di un incontro e di un amore, si sviluppa in bilico tra felicità e dolore. E’ una storia di un amore ambientata in montagna, dove la montagna non è solo lo sfondo ma un terzo protagonista fondamentale nel loro incontro e nel loro addio.

RAFFAELE REZZONICO – DRAMMATURGIA

Quando Gigi Giustiniani mi ha chiesto di lavorare a questo film, l’ho fatto perché avevo voglia di continuare un percorso comune. Non mi è mai interessato l’alpinismo: guardavo i filmati e le fotografie, le trovavo molto belle, ma non riuscivo ad affezionarmi a questo mondo lontano e distante, a questi personaggi che non conoscevo.
Di una cosa ero sicuro: non bisognava aggiungere niente alle parole dei diari e ai racconti lasciati dai protagonisti. Bisognava cercarli là, nella loro voce: togliendo, come si fa in scultura.
Dopo qualche mese di lavoro, guardando una prima sequenza di associazioni fra le voci e i materiali visivi, ho iniziato a vedere nelle immagini delle persone che conoscevo, vive: Ninì e Gabriele. E nelle loro montagne fotografate una sfida.
Penso che Ninì sia stato il tentativo di dare vita a cose morte, di scalare una montagna, chiusi in una stanza che è insieme set e sala di montaggio.


COME È NATO IL FILM

Lorenzo Boccalatte, il figlio di Ninì, ci ha accompagnato per tutta la lavorazione del film.
Attraverso di lui, con la collaborazione di Roberto Serafin, giornalista e storico della montagna, abbiamo scoperto e raccolto i materiali che Ninì aveva lasciato: filmati, fotografie, diari, articoli, lettere.
Ogni volta che andavamo a trovare Lorenzo nella sua casa di Arese veniva fuori qualcosa di nuovo.
Ci diceva: “Ah, non vi avevo detto che c’era anche questo album, oppure queste pellicole di me bambino: pensavo non avessero importanza…”
E invece il bello delle pellicole di Ninì è proprio quel tono caldo, familiare, spesso divertito, che è lontano da quella celebrazione della forza eroica presente in molti film di montagna dell’epoca.
Ci colpiva che Lorenzo avesse una conoscenza non troppo approfondita delle imprese alpinistiche dei genitori e che di suo padre, morto quando aveva solo un anno, non avesse alcun ricordo.
La tragedia familiare e la guerra avevano tracciato un solco che i racconti di Ninì, vissuta accanto al figlio per tutta la vita, non avevano pienamente colmato.
Ci siamo resi conto presto che i materiali di questa storia appartenevano a un periodo che non ha più testimoni diretti. Ninì era morta nel 2000, all’età di 92 anni. Nessuno dei suoi compagni di cordata era vivo. Quello conservato dai quei materiali, raccolti con cura, era un mondo chiuso.Anche la stanza dove abbiamo fatto quasi tutta la lavorazione del film era un luogo chiuso: insieme terreno di ricerca, set e sala di montaggio. Siamo stati là dentro per mesi: prima a esplorare i materiali, affascinati dalla loro bellezza visiva, poi a leggere diari, a identificare persone, date, situazioni.
Poi, finalmente, a cercare un linguaggio che potesse iniziare a raccontare una storia.Una delle cose che Lorenzo Boccalatte ci aveva solo accennato riguardava la madre di Gabriele, Evangelina Alciati: era stata una nota pittrice torinese.
Un giorno, cercando informazioni su di lei, abbiamo scoperto che appena dopo la morte del figlio aveva preso una tela (su cui aveva dipinto delle donne che fanno il pane), l’aveva girata e sul retro aveva dipinto, di getto, la scena della veglia al cadavere del figlio Gabriele, a Courmayeur.
Tutti i personaggi della storia sono riuniti là: Gabriele disteso sul letto, vegliato dalla madre; vicino a lei Ninì, in piedi, girata di spalle, con in braccio Lorenzo che guarda invece fuori dal quadro, verso di noi. In alto, da una finestra, si vedono le cime dei monti.
In quel quadro abbiamo visto l’intero film, racchiuso in una scena, il suo punto di partenza e di arrivo. La relazione/lo scontro fra quella famiglia e la montagna, fra l’amore per un compagno, per un figlio, e il desiderio inarrestabile di superare le soglie dell’ordinario, le costrizioni del quotidiano.Evangelina Alciati, subito dopo l’accaduto, ha scritto anche una lettera, tremenda e bellissima, su cui abbiamo lungamente riflettuto durante la lavorazione del film:

“Forse mio figlio è stato un fortunato. A Lui verrà risparmiata la suprema tristezza della vita, la trepidazione continua, l’angoscia di esser vivi in un mondo materiato di sciagure. Forse il correre quei pericoli che correva lui era già un distacco, un non espresso desiderio di morire.
I suoi compagni che lo portarono a braccia e che faranno quasi tutti la stessa fine avevano sul viso un’eroica volontà per cui la vita è una povera cosa che si può buttar via in un attimo senza rimpianti.
Il suo ultimo viso che era come la pietra tombale di un guerriero antico, mi ha trascinata su quasi fino a lui in un punto in cui la vita e la morte non sono più nulla e c’è la pace. […]
E poi c’è quel meraviglioso bambino che sorride ineffabilmente alla vita e la sua povera mamma. A lei è rimasta quella gioia straziante, mai più il padre rivedrà il bambino!
Tutto scompare prima o dopo, è lo stesso. Che bolla di sapone!”

Spesso ci siamo detti che questa storia, in fondo, la stavamo raccontando a Lorenzo.

 

Ninì Pietrasanta e suo marito Gabriele Boccalatte negli anni ’30 erano delle celebrità nel mondo dell’alpinismo estremo. Effettuarono scalate soprattutto sul Monte Bianco e nelle Alpi Occidentali, tracciando nuovi itinerari, ma si distinsero anche nelle Dolomiti e sull’Ortles fino alle montagne dell’Abruzzo. Spesso le loro imprese alpinistiche venivano riprese sulle prime pagine dei giornali. Tra i loro compagni di avventura c’erano alcuni tra i più famosi nomi dell’alpinismo dell’epoca: Giusto Gervasutti, Renato Chabod, Leopoldo Gasparotto, Vitale Bramani, Alberto Rand Herron tra gli altri Nata nel 1910 a Bois Colombes, nei sobborghi di Parigi, dove i genitori si trovavano per motivi di lavoro, Ninì perse giovanissima la madre e, trasferitasi a Milano, si inserì subito nell’ambiente dell’alta borghesia cittadina crescendo in un clima di libertà impensabile per una ragazza dell’epoca. Ninì incominciò a scalare seguendo la guida Giuseppe Chiara sulle cime del Monte Rosa.

Fin dai primi anni, Ninì portava con sé una cinepresa 16mm con cui documentava le sue scalate e la società alpinistica dell’epoca.
Un articolo dello Scarpone del 16/9/34 la descriveva come “una gentile fanciulla che difende la propria passione nei confronti di un’opposta tendenza che vorrebbe vedere la donna vera solo sotto l’aspetto di un fiorellino ovattato, privo di energie e di colore, e senza un carattere e una propria personalità ”.

Nel 1932 Ninì incontra il futuro marito Gabriele Boccalatte, un giovane pianista torinese rinomato per l’ eleganza e l’armonia con cui affrontava anche le pareti più difficili. Lo storico Massimo Mila lo ricorda così: “ aveva una concezione eminentemente ritmica della progressione su roccia e qui, sì, il musicista si sposava tecnicamente con l’arrampicatore. Un gatto, era, su roccia; e del gatto aveva qualcosa anche nel fisico, non alto, ma armoniosamente proporzionato. […] L’aggettivo che ritorna più spesso nei suoi ricordi d’alpinista è: ‘elegante’. […] La legge che governa le sue salite è: il bello .”

Scalando insieme a Gabriele, Ninì diventa una delle poche donne ad aprire vie nuove e a raggiungere cime non ancora toccate.
Una di queste, sul Monte Bianco, porta il suo nome: la Pointe Ninì del gruppo de Les Périades, dedicata a lei da Gabriele Boccalatte che con Renato Chabod e Giusto Gervasutti furono suoi compagni di scalata in questa prima femminile.

Nel 1935 scalò per prima con Boccalatte la grandiosa parete Ovest dell’Aiguille du Peuterey, descrivendo così l’impresa sul Bollettino del CAI, con il quale collaborò per anni: “ Ci sia concesso dir subito la gioia profonda d’aver strappato a questa roccia pura, compatta, ardita, il suo geloso segreto; d’essere stata la prima cordata italiana a risolvere, nelle Alpi occidentali, uno dei problemi alpinistici più delicati e più ardui, di sentirci orgogliosi di una lotta combattuta, in condizioni atmosferiche particolarmente avverse, con salda fede e tenace volontà ”.

Nel 1938, mentre Ninì è nella casa di Courmayeur ad accudire il loro figlio appena nato, Gabriele muore travolto da una frana.
Da allora Ninì cerca di dimenticare la montagna e il suo grande amore Gabriele per dedicarsi al figlio e scoprire la sua nuova vita di madre. Al figlio Lorenzo, che non conserva ricordi di suo padre, non racconta della sua vecchia passione per la montagna e nemmeno chi fosse veramente il padre. Di lui Lorenzo sa soltanto che era un bravo pianista.

Molti anni dopo Lorenzo trova, insieme a un diario di quegli anni, le vecchie pellicole e gli album fotografici della madre. Vede il padre, giovanissimo, che arrampica sulle rocce del Monte Bianco. Ricostruisce quel periodo della vita dei genitori che la madre gli aveva tenuto nascosto, forse per paura di trasmettergli la passione per il rischio.

I materiali girati o fotografati da Ninì Pietrasanta e dai sui compagni di cordata con la sua cinepresa offrono immagini inedite delle mete alpinistiche nel periodo precedente alla guerra: le vette del Monte Bianco (Aiguille Noire de Peuterey, Aiguilles de Leschaux, ghiacciaio del Triolet, Pic Adolphe Rey, Dente del Gigante, Pointe Ninì) del Cervino (Cime Bianche), del Monte Rosa (Lyskamm, Punta Straling), le Dolomiti (qualche nome) e il Gran Sasso d’Italia. Contengono anche reperti della vita quotidiana nei rifugi e dei primi momenti di turismo alpino.